
Quando conosciamo bene una realtà, un’associazione, un ambiente umano, se da una parte la familiarità ci offre una maggior comodità di azione e di movimento, dall’altra lo sguardo tende a perdere un po’ della freschezza dei primi incontri.
A partire da questa riflessione, Fabrizio Romagnoli, veterano dell’associazione, e la sottoscritta, neofita, abbiamo pensato di intrecciare un articolo a partire proprio dalle voci di chi a inizio marzo a Fano si è affacciato per la prima volta ad un Raduno Nazionale WWOOF Italia. L’intento è quello di redistribuire un po’ di quel senso di scoperta, di novità anche a chi bazzica nel WWOOF già da molto tempo, e dare al contempo una casa a chi sta muovendo i primi passi nell’associazione, portando linfa vitale e osservazioni che costruiranno l’associazione di domani.

Cosa porta ad affacciarsi al mondo WWOOF
Quando telefono a Matteo Botta, research analyst che vive a Milano, lui si trova in autogrill, ed è diretto verso la sua prima esperienza da wwoofer.
«Sto cercando un cambiamento nella mia vita, non ho più voglia di vivere in una zona urbana e altamente popolata come Milano», mi racconta, «e questo è un primo passo moderato verso quella direzione. Voglio dire, sarebbe un po’ folle mollare tutto su due piedi, vendere casa e comprare una fattoria senza aver neanche mai provato prima».
La sua speranza, mi dice, è di apprendere il più possibile su agricoltura, permacultura, allevamento, trasformazioni e conservazioni alimentari. «Sarà facile sorprendermi, dato che sono alle prime armi», aggiunge. Oltre a questo, poi, c’è il desiderio di coltivare una spiritualità. «Non c’è bisogno di santoni per essere spirituali», mi spiega, «trovo che ci sia molta spiritualità anche nel conoscere e nell’apprezzare i ritmi e i cicli della natura».
Giovanna D’Alonzo, invece, si trova nella sua luminosa casa a Napoli. Nella vita gestisce un ristorante ed è una socia molto attiva in un Gruppo di Acquisto Solidale, di cui subito inizia a parlarmi.
«Faccio parte di un GAS a forte matrice politica, perché oggi non basta più essere consumatori critici, bisogna agire ad altri livelli». Un tema centrale, che torna a più riprese durante la nostra conversazione, è la necessità di ridurre le distanze fra campagna e città.
«Sto iniziando a sentirmi stretta nelle logiche del Gruppo di Acquisto, perché so che si può fare molto di più: progettare insieme le coltivazioni, co-produrre…» Il Wwoof, all’interno di questa visione, è una realtà che può favorire l’incontro tra i cittadini e chi produce il cibo, smantellando una visione romanticizzata della campagna e aumentando la consapevolezza di cosa c’è dietro ciò che mangiamo.
«Più che viaggiare lontano, a me interessa conoscere e far conoscere la campagna del territorio che ci circonda, rinsaldare i legami all’interno della bioregione». In questo senso, sarebbe interessante che la piattaforma consentisse di trovare gli altri wwoofer della propria città, per incontrarsi e iniziare a costruire relazioni.
Una chiamata persa qui, una in Calabria, e finalmente riusciamo a sentirci con Mattia Nigro, che ha un’azienda agricola, un laboratorio di distillazione di piante officinali e da qualche anno è iscritto come host.
«Ho conosciuto Wwoof grazie a due ragazzi che viaggiavano in bicicletta e che per coincidenza mi hanno parlato di questa possibilità», racconta. Chi è stato al Raduno potrebbe ricordarsi di lui come colui che ha ospitato nel giro di pochi anni più di 300 persone, attirando l’attenzione e gli entusiasmi del territorio che lo ospita. «Ho avuto modo di conoscere tantissime belle persone», racconta «Oltre a fare agricoltura e raccolta per gli olii essenziali, i wwoofer che arrivano hanno la possibilità di godere di un piccolo studio di registrazione all’interno di una yurta».
«Tutto è nato da una signora che veniva dalla Francia con il violino e che un giorno mi ha detto: “Sai, ho scritto una canzone sulla Rosa Marina, ti va se ci facciamo un arrangiamento insieme?”. Io suono la chitarra, mio fratello il basso, un altro wwoofer il flauto, e così è nata la prima canzone.» Oggi, suono dopo suono, le canzoni sono arrivate ad essere dodici, ma ciò che stupisce è soprattutto il racconto delle relazioni che la co-creazione della musica ha consentito di costruire.

Il Raduno
«Io ho lavorato nel commercio internazionale per tanti anni, e ora sto cercando di realizzare la mia Farm house, un sogno che coltivo fin da quando ero bambino», racconta Soheil Tayebi Rad, da Reggio Emilia. «L’idea è quella di costruire uno spazio di convivenza pacifica fra noi esseri umani: parte del mio progetto infatti è sociale e artistica, e l’obiettivo è coniugarlo con una discreta autosufficienza». «Sono arrivato al Raduno con il cuore aperto, e mi sono sentito ben accolto. In più, a sorpresa, ho incontrato anche dei cari amici».
Anche per Giovanna il senso di familiarità è stato forte. «In un mondo che non va proprio come uno vorrebbe, tante volte si ha la sensazione di essere alieni, invece in quel contesto non mi sono sentita così. Quello che mi ha colpita è che già dalla prima mattina c’era la vela di Caes con i volantini, e noi come GAS abbiamo già una convenzione con loro da anni. C’erano i volantini di Daniela Conti, e noi abbiamo fatto l’anno scorso una rassegna di documentari, Germogli di Futuro, in cui fra gli invitati c’era anche lei a parlare dei nuovi ogm. C’era il banchetto di Dulce con i prodotti di Tatawelo, e noi abbiamo appena chiuso un ordine con loro», ha raccontato. «Quando ti dico che non mi sono sentita aliena è perché fin da subito ho ritrovato tanti pezzettini di ciò che avevo appena lasciato a casa».
A livello umano invece «l’atmosfera era molto socievole. Non sono e non siamo più dei ragazzini, quindi non basta condividere la direzione dello sguardo per diventare subito amici, è chiaro. Ci si riconosce, ci si annusa, ma da qui a costruire delle relazioni ci vuole tempo.»
Michele Pagano di Melito, anche lui campano, è la mia ultima telefonata. «Ho da sempre una fattoria di famiglia, dove abbiamo maiali, galline, orto, frutteto. Facciamo agricoltura di sussistenza e ora stiamo risistemando la casa con dei piccoli progetti di bioedilizia», mi racconta.
«Sono arrivato al Raduno con la mia famiglia: io, la mia compagna e nostro figlio di 4 anni. È stato molto bello, abbiamo incontrato tante persone con delle vedute simili alle nostre e anche per i bambini sono state organizzate delle attività, quindi si sono divertiti molto.
Senza saperlo, come facendo eco a Giovanna, aggiunge «è stato soprattutto un momento per incontrarsi e riconoscersi fra simili, per non sentirsi fuori dal mondo nel voler condurre una vita rurale, con un’agricoltura pulita».
Per Matteo, invece, l’arrivo è stato impattante. «Il primo giorno ho avuto un piccolo shock culturale, mi sono sentito fuori posto e per un attimo ho perfino pensato di andarmene. Poi vuoi che sono una persona curiosa ed estroversa, vuoi che le persone erano accoglienti, alla fine sono rimasto e mi sono trovato molto bene.»
«Cosa potrebbe aiutare chi è più introverso?», gli domando. «Forse avere una persona che ti presenti in giro, che ti racconti aneddoti sull’associazione. Però devo dire che comunque tutti si sono resi molto disponibili, quindi è come se ci fosse stato un mentore diffuso in un certo senso».
«Mi ha sorpreso la funzionalità dell’associazione», racconta Soheil, richiamando alla mente le altre realtà di cui ha fatto parte. «Non è sempre così», ha aggiunto.
«C’era un bel clima», aggiunge Mattia, «ho sentito molta libertà di espressione».
«Ho trovato un’associazione che sta vivendo un momento di cambiamento, come lo attraversano tutte le associazioni longeve quando i numeri aumentano così tanto», spiega Giovanna. «Quello che crea sempre un po’ di difficoltà sono i meccanismi di gestione fra l’orizzontalità che si desidera e la verticalità che accade, spontaneamente, perché ovunque ci sono delle persone più attive a cui gli altri delegano, e questo trascina con sé tutta una serie di discussioni, diffusissime in tutte le associazioni».
Fra i momenti assembleari che più sono rimasti impressi, a gran sorpresa ci sono i Bilanci, che hanno consentito di dare uno sguardo ai funzionamenti interni. Poi, la presentazione e premiazione dei progetti che hanno partecipato al bando “Crescono con Noi”, il dibattito che si è aperto in merito ai nuovi ogm e il cerchio, coinvolgente e animato, attorno al tema “Agricoltura di sussistenza e agricoltura da reddito”. «C’è tanta diversità all’interno della stessa associazione», hanno raccontato a più voci. «Si va da aziende agricole grandi, con tutte le tecnologie, a chi vive off grid, puntando all’autosussistenza e facendo scelte di vita forti».
«Mi ha colpito anche come tutto abbia funzionato in modo fluido e collaborativo anche in quello spirito anarchico», condivide Mattia. «La gente voleva partecipare e far funzionare l’evento, e in modo autogestito e spontaneo è successo. Non c’era neanche bisogno di chiedere», nota, «le persone si rimboccavano le maniche là dove serviva, serenamente»

Ritorno a casa
Ormai a casa, faccio leggere l’articolo qui sopra a Simone, il mio compagno, nonché contadino con cui da alcuni anni produciamo mirtilli e altri piccoli frutti nel biellese, ospitando wwoofer.
«Per me l’aspetto più bello è stato quello di conoscere altri host e contadini. Lavorare la terra, dedicarsi a un territorio, mi ha portato ad avere uno stile di vita più stabile, a viaggiare di meno, e la possibilità di incontrare tante persone che hanno fatto scelte simili alla mia, scambiare conoscenze ed esperienze è stata per me una grande ricchezza», racconta.
«Prima per me WWOOF era una piattaforma che consentiva ai volontari di arrivare, mentre ora abbiamo la sensazione anche di far parte di una rete con vedute simili sparsa per tutta Italia», racconta Michele, e in queste parole colgo echi anche delle altre conversazioni.








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